Storia e memoria

Conferenza sugli Internati Militari Italiani: un tributo alla resistenza dimenticata

Un evento significativo organizzato dalla sezione locale dell'"Associazione dei Fanti", con intervento di Samuele Chiodelli

Conferenza sugli Internati Militari Italiani: un tributo alla resistenza dimenticata

Un modo alternativo per commemorare la Festa della Liberazione e onorare la propria storia è stato quello scelto dalla sezione dei Fanti di Ghisalba. Venerdì 24 aprile, infatti, hanno organizzato una conferenza incentrata sugli Internati Militari Italiani (IMI), condotta da Samuele Chiodelli, giovane segretario dell’Associazione Combattenti e Reduci di Sotto il Monte. L’incontro anticipa la cerimonia di consegna delle medaglie d’onore del Ministero della Difesa ai familiari dei ghisalbesi coinvolti in questa tragedia, dopo mesi di ricerca.

Una serata di riflessione sulla resistenza militare contro il nazifascismo

Numerosi capitoli della Storia rimangono sepolti dal peso del tempo, spesso trascurati perché scomodi o dolorosi. Tra questi, spicca la vicenda degli Internati Militari Italiani della Seconda Guerra Mondiale, che si opposero al combattimento nelle fila della Repubblica Sociale Italiana, guidata da Benito Mussolini, e finirono nei campi di lavoro nazisti. Durante l’incontro del 24 aprile, Chiodelli ha messo in luce una tragedia che ha colpito circa 650.000 soldati, di cui 50.000 morirono nei lager. Molti di questi erano bergamaschi.

“Discuteremo degli Internati Militari Italiani, per raccogliere le memorie di chi è riuscito a sopravvivere e garantire loro la medaglia che lo Stato italiano ha deciso di conferire dal 2006 – ha esordito Chiodelli nella sala delle Scuderie della Bcc Oglio e Serio, messa a disposizione gratuitamente – Una serata di approfondimento per far capire a tutti chi fossero gli IMI, in vista della consegna delle medaglie durante il raduno provinciale dei Fanti in paese, previsto per il 12-13 settembre”.

Tra il pubblico era presente il sindaco Gianluigi Conti, la vice Bruna Sassi, l’assessore al Bilancio Sara Bosis, il presidente della Consulta delle associazioni Luigi Feliciani, il parroco don Filippo Bolognini e il cappellano del Santuario di Santa Maria della Consolazione, don Francesco Mangili.

Un’analisi degli Internati Militari Italiani (IMI)

“Gli IMI erano soldati del Regio Esercito che scelsero di non combattere più con il nazifascismo – ha spiegato Chiodelli – rimanendo prigionieri dei tedeschi nell’est Europa. Per molti, questa fu l’ultima decisione, poiché molti morirono nei campi di lavoro. Questa scelta è stata definita dagli storici una ‘scelta di resistenza’. Per anni, il loro sacrificio è stato taciuto, quasi fosse una vergogna menzionare uomini che avevano abbandonato le armi. Tuttavia, studiando i documenti e considerando il numero di militari coinvolti, è emerso che optare per la prigionia rappresentava una forma di resistenza passiva, fondamentale per il corso della guerra, visto che parliamo di 650.000 uomini che i tedeschi volevano costringere a unirsi alla Repubblica Sociale Italiana creata a Salò”.

Il 1943 si rivelò un anno cruciale per l’Italia.

“La guerra era ormai perduta, la propaganda non funzionava più – ha proseguito Chiodelli – sempre più reduci tornavano a casa, con migliaia di madri e mogli che accorrevano alle stazioni con le foto dei loro cari. Così, la verità, prima vittima di tutte le guerre, venne finalmente rivelata. Gli operai iniziarono a scioperare nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova, chiedendo ‘Pane, pace e libertà’. A luglio, gli angloamericani sbarcarono in Sicilia, trovando una popolazione stanca che non li considerava nemici ma liberatori. Mussolini fu destituito dal Gran Consiglio del Fascismo grazie all’iniziativa del gerarca Dino Grandi. Il re Vittorio Emanuele III lo fece arrestare e nominò il generale Pietro Badoglio, il quale annunciò ai tedeschi che la guerra continuava a fianco dell’alleato tedesco, mentre il re inviava uomini di fiducia a negoziare l’uscita dalla guerra con gli angloamericani, che pretendevano la resa incondizionata. Il 3 settembre, l’Italia firmò l’armistizio di Cassibile come nazione sconfitta, abbandonando l’alleanza con la Germania e alleandosi con gli angloamericani per combattere i nazisti. Tuttavia, questa scelta non fu comunicata al popolo italiano, trasformandosi in una tragedia: l’8 settembre, fu il generale Dwight Eisenhower a rivelarlo alla radio, e l’Italia crollò. L’esercito chiese conferma a Roma, ma sia il re che Badoglio avevano abbandonato la capitale per rifugiarsi nel sud del Paese, già liberato dagli angloamericani. A questo punto, i militari italiani, sia in patria che nei territori conquistati, erano in balia dell’ex alleato tedesco: chi non cedeva le armi veniva fucilato. I soldati, di diverse età, capirono rapidamente cosa stava accadendo e agirono di conseguenza. Alla fine, su due milioni di soldati disarmati, molti riuscirono a fuggire, ma solo 800.000 furono disarmati definitivamente. A loro fu chiesto di combattere al fianco della Repubblica Sociale Italiana e della Germania: 650.000 rifiutarono e finirono nei campi di lavoro, questi sono gli IMI”.

Tuttavia, gli IMI non erano prigionieri di guerra come gli altri.

“Hitler coniò un nuovo termine per gli italiani che lo avevano tradito – ha continuato Chiodelli – per distinguerli dai prigionieri, negando loro i diritti previsti dalla Croce Rossa Internazionale: niente pasti caldi, cibo adeguato o cure mediche. Il diritto del prigioniero di guerra risale al 1850, mentre i soldati italiani furono trattati come veri e propri schiavi”.

Testimonianze toccanti di chi ha vissuto l’inferno

Chiodelli ha presentato al pubblico le videotestimonianze di militari italiani internati provenienti dal territorio bergamasco, che hanno sopportato l’inferno della cattura e della deportazione nei campi di lavoro. Qui furono costretti a lavorare per 9-12 ore al giorno, sette giorni su sette, senza pause, nutrendosi solo di brodaglie e dormendo in condizioni igieniche disastrose, esposti alla violenza dei nazisti.

“Dovevano lavorare per sostenere lo sforzo bellico, nella speranza che così si convincessero a tornare a combattere in Italia – ha chiarito Chiodelli – Per raggiungere questi campi, vennero caricati su vagoni bestiame, viaggiando per settimane senza accesso a servizi igienici, acqua o cibo. Una volta arrivati, si trovavano in un luogo cintato con baracche, sorvegliato da uomini armati. Per spezzare i legami tra truppa e ufficiali, i soldati semplici furono subito separati dagli ufficiali. Vennero privati di tutto e immatricolati, perdendo il proprio nome e ricevendo una piastrina di metallo con il nome del campo e un numero di matricola. Non era possibile comunicare con l’esterno e, quando era possibile scrivere, la corrispondenza veniva censurata”.

I reduci, ripresi nelle loro case, hanno raccontato con commozione la tragedia di quei giorni lontani, mostrando una lucidità e una consapevolezza che non possono dimenticare, citando episodi strazianti ai quali sono sopravvissuti, dimostrando una forza e una resilienza straordinarie.

“Mi hanno svuotato lo zaino e messo al collo la piastra, lasciandomi solo il cappello – ha raccontato uno di loro, Marino Schiavi – ho preso posto nella prima baracca a destra del campo e lì mi sono accorto che nelle pieghe dello zaino era rimasta una piccola immagine della Madonna di Caravaggio, non l’avevano vista”.

“L’aveva ricevuta prima di partire per la guerra da una madre superiora – ha spiegato Chiodelli – con una frase: “Abbi grande devozione nella Madonna ed Ella ti proteggerà, ti difenderà e ti salverà. A poche settimane dall’arrivo, Schiavi contrasse il tifo e rimase in coma fino al 24 maggio 1944, quando sognò una donna vestita di rose bianche che lo toccò: il giorno dopo si risvegliò miracolosamente e riuscì a salvarsi. Per lui era la Vergine di Caravaggio”.

Storie di sofferenze inaudite che hanno toccato il cuore di tutti: le bastonate che hanno reso invalido un militare al 60% perché uscito a prendere il pane con i buoni concessi per via della sua capacità di fare da interprete; le patate trovate per caso e cucinate alla bell’e meglio che hanno quasi soffocato chi le ha rinvenute per via dello stomaco rimpicciolito; le camminate negli ultimi giorni di guerra per sfiancare gli internati e poi eliminare chi crollava a terra con un colpo alla nuca; gli sputi sul cibo di una civile tedesca di passaggio; il difficile rientro in patria, magari in treno, con il controllore che pretendeva il biglietto e la difficoltà a riprendere la vita quotidiana.

“Gli internati ci hanno insegnato che c’è sempre una possibilità di scelta – ha concluso Chiodelli – la loro fu quella di dire no”.

Al termine della conferenza, il presidente dei Fanti Battista Rizzoli ha ringraziato il pubblico per la partecipazione e Fabio Testa della Bcc per la concessione della sala, esprimendo l’auspicio di poter consegnare le medaglie d’onore a quanti più militari ghisalbesi possibile. Dopo i saluti del sindaco, il pubblico ha applaudito Chiodelli per la chiarezza e la competenza dimostrate durante l’evento.

“Illustrazione chiara e senza fronzoli che mi ha commosso – ha affermato Conti – molte delle cose che ho sentito mi erano sconosciute. È doveroso trasmetterle ai nostri giovani, poiché sembra che la Storia non insegni mai abbastanza, visto ciò che accade oggi. Serate di questo tipo sono sempre più utili. Grazie ai Fanti per l’impegno nella consegna delle medaglie, so che l’assessore Bosis sta collaborando. Per coloro che non le riceveranno, ci sarà comunque un ricordo da parte del Comune”.

In chiusura, un ricordo da parte di don Mangili: “Un sacerdote mio compaesano di Albano Sant’Alessandro venne internato e spargeva nei campi come concime le ceneri provenienti dai campi di concentramento… in quel periodo promise alla Madonna del Santuario cittadino che se fosse tornato vivo si sarebbe fatto prete, e così è stato”.